L’evoluzione dell’intelligenza artificiale sta ridefinendo profondamente il modo in cui i contenuti vengono scoperti, interpretati e utilizzati online. In questo contesto, il concetto di SEO – Search Engine Optimization – non scompare, ma si trasforma. A chiarire questa transizione è James LePage, Director of Engineering AI di Automattic e co-lead del WordPress AI Team, una figura centrale nello sviluppo dell’integrazione dell’AI all’interno dell’ecosistema WordPress. LePage offre una prospettiva lucida e, a tratti, provocatoria su ciò che editori, marketer e creatori di contenuti dovrebbero davvero considerare quando parlano di “SEO per AI agent”.
Gli AI agent non reinventano il web (lo attraversano)
Il primo punto chiave sollevato da LePage è tanto semplice quanto controintuitivo: gli AI agent utilizzano la stessa infrastruttura del web tradizionale. Non esiste un “nuovo internet” dal punto di vista tecnico. Cambia chi naviga i contenuti, non come questi contenuti vengono archiviati e recuperati.
Gli agenti AI si basano sugli stessi indici di ricerca utilizzati dai motori classici:
- scoprono entità tramite la ricerca,
- valutano l’affidabilità delle fonti usando segnali di trust e autorità di dominio,
- seguono link per comprendere le relazioni tra entità,
- analizzano i contenuti per capire cosa offre ciascuna pagina.
LePage sottolinea come molte piattaforme AI si appoggino apertamente a motori esistenti: ChatGPT utilizza Bing, Anthropic si basa su Brave, Google usa il proprio indice. Le meccaniche fondamentali del web restano immutate. Ciò che cambia è il soggetto che esegue l’esplorazione: non più (solo) l’utente umano, ma l’agente AI.
Questa osservazione porta a una critica diretta verso l’attuale entusiasmo – e i massicci investimenti – in startup AIO (AI Optimization) e GEO (Generative Engine Optimization), spesso presentate come una rivoluzione radicale.
AI SEO e long-tail: meno hype, più fondamentali
Uno dei passaggi più significativi dell’analisi di LePage riguarda la natura reale dell’ottimizzazione per AI agent. Secondo lui, gran parte di ciò che oggi viene venduto come “AI SEO” non è altro che ottimizzazione per query long-tail, una pratica ben nota nella SEO tradizionale.
Gli AI intermediari, che aggregano e sintetizzano informazioni, hanno bisogno di contenuti:
- strutturati,
- semanticamente densi,
- ben interconnessi.
Schema markup, dati strutturati, una solida architettura dei link interni e un linguaggio chiaro non sono novità introdotte dall’AI, ma requisiti che oggi diventano semplicemente più visibili e più critici.
LePage parla apertamente di una certa FUD (fear, uncertainty, doubt) che circola nel settore, alimentata dall’idea che servano approcci completamente nuovi. In realtà, sostiene, chi ha già lavorato seriamente sulla SEO long-tail e sull’organizzazione semantica dei contenuti è in una posizione di vantaggio naturale.
Contenuti “intenzionali” per il consumo degli agenti
Il cuore della riflessione di LePage riguarda però come dovrebbero apparire i contenuti ottimizzati per gli AI agent. La parola chiave è “intenzionalità”.
Un contenuto efficace per gli agenti AI non è conversazionale né dinamico. È statico, ma progettato con attenzione:
- strutturato in markdown chiaro,
- arricchito da markup semantico pulito,
- organizzato secondo una gerarchia evidente.
LePage propone un’analogia illuminante: la differenza tra una pila di documenti disordinati e un briefing ben organizzato. Entrambi contengono le stesse informazioni, ma solo il secondo permette a chi lo consulta – umano o agente AI – di capire rapidamente cosa conta davvero.
In pratica, i contenuti dovrebbero:
- presentare subito le informazioni principali,
- indicare chiaramente quali elementi sono autorevoli e quali di supporto,
- offrire percorsi di approfondimento progressivo.
Questo approccio aiuta gli agenti a sintetizzare correttamente le informazioni e a stabilire priorità, un aspetto cruciale in un ecosistema in cui il tempo di elaborazione e il contesto contano quanto la qualità dei dati.
Un’apparente contraddizione: siti web o solo contenuti?
In un passaggio successivo, LePage introduce una previsione che sembra ribaltare quanto appena affermato: nel futuro degli AI agent completamente autonomi, non servirà più un sito web, ma solo i contenuti, intesi come un insieme di documenti accessibili.
Questa apparente contraddizione è in realtà parte di un’evoluzione graduale. Oggi, la struttura del sito è ancora fondamentale perché aiuta gli agenti a comprendere il contesto, le relazioni e lo scopo dei contenuti. Domani, però, questi stessi contenuti potrebbero essere disaccoppiati dal concetto tradizionale di “visita al sito” e riutilizzati in ambienti completamente diversi.
Per questo motivo, LePage insiste sull’importanza di una struttura chiara sia a livello di pagina sia a livello di sito, con interlinking coerente e segnali espliciti sullo scopo di ciascun contenuto.
Verso un web di agenti che parlano con agenti
Guardando più avanti, LePage immagina un ecosistema in cui i siti web integrano agenti AI capaci di comunicare con agenti esterni. In questo scenario, i contenuti diventano dati modulari, presentati agli utenti (o ad altri agenti) nel formato più utile, indipendentemente dall’interfaccia tradizionale del sito.
Il percorso è progressivo:
- oggi: ricerca stile Perplexity, con sintesi e decisione finale dell’utente;
- nel breve termine: agenti che eseguono task specifici (acquisti, prenotazioni) con autorizzazioni limitate;
- nel lungo periodo: agenti più autonomi, quasi “attori economici”, che operano secondo linee guida stabilite dall’utente.
In tutto questo, l’essere umano non scompare, ma sposta il proprio ruolo: da esecutore diretto a supervisore strategico.
Cosa fare oggi: prepararsi senza inseguire mode
Il messaggio finale di LePage è pragmatico. Non serve attendere un futuro lontano o adottare soluzioni esoteriche. Già oggi è possibile rendere i contenuti più adatti agli AI agent lavorando su:
- markdown strutturato,
- semantica pulita,
- chiarezza espositiva,
- organizzazione intenzionale delle informazioni.
In altre parole, fare buona SEO, fatta bene, con una consapevolezza maggiore di chi – o cosa – leggerà quei contenuti domani.
L’era degli AI agent non segna la fine del web come lo conosciamo, ma premia chi comprende che, sotto la superficie dell’innovazione, i fondamentali restano sorprendentemente solidi.
Il saggio completo di James LePage: “Agents & The New Internet (3/5)”.



